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UE A RILENTO NELLA TRANSIZIONE ENERGETICA


UE A RILENTO NELLA TRANSIZIONE ENERGETICA: LO STUDIO DI CDP E OLIVER WYMAN

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L'accordo di Parigi del 2015 si propone di limitare l'aumento della temperatura media globale sulla terra e negli oceani a 1,5°C. Purtroppo, la situazione attuale non è affatto incoraggiante, come indicato da uno studio condotto da Cdp, un'organizzazione no-profit precedentemente nota come “Carbon Disclosure Project”, e la società di consulenza manageriale Oliver Wyman. Lo studio ha coinvolto un campione di società quotate che rappresentano il 75% dei mercati azionari europei.

Secondo lo studio, circa la metà delle aziende europee afferma di avere piani di transizione climatica allineati all'obiettivo dell'accordo di Parigi, ma meno del 5% di esse sta effettivamente intraprendendo azioni significative in questa direzione.

Presto, la legislazione dell'Unione Europea (UE) obbligherà tutte le aziende a presentare un piano di transizione climatica che sia in linea con l'obiettivo di 1,5°C, oltre a includere gli impatti sulla sostenibilità nel proprio rapporto annuale di gestione.

Il fatto che circa la metà delle aziende europee affermi di avere già un piano di transizione climatica per contrastare il surriscaldamento indica che stanno prendendo coscienza della necessità di tali piani. Tuttavia, la maggior parte di questi progetti manca di trasparenza in aree cruciali come la governance, la pianificazione finanziaria e il coinvolgimento di tutta la catena del valore.

Lo studio riporta che sono inclusi nel rapporto 86 aziende italiane che hanno presentato un rapporto a Cdp sul clima, 16 sulle risorse idriche e 6 sulla deforestazione. Meno del 5% delle aziende europee prese in considerazione (56) ha un obiettivo di riduzione delle emissioni allineato a 1,5°C e fornisce informazioni su due terzi degli indicatori chiave, dimostrando l'esistenza di un piano di transizione credibile. Il 30% - 45% delle imprese è classificato in fase di sviluppo, il che significa che hanno obiettivi di emissioni meno ambiziosi (2°C) e forniscono informazioni su almeno la metà degli indicatori. La restante metà delle aziende mostra solo progressi limitati.

L'Italia ha ottenuto risultati ancora peggiori rispetto alla media europea: il 38% delle aziende italiane considerate è classificato in fase di sviluppo, mentre nessuna è considerata avanzata. Sebbene il 90% di queste aziende abbia avviato iniziative per ridurre le emissioni, il rapporto evidenzia lacune evidenti nelle azioni necessarie per la transizione verso l'obiettivo di 1,5°C. Ad esempio, solo il 26% valuta in che misura le spese o i ricavi siano allineati all'Accordo di Parigi, e meno del 40% considera le questioni climatiche nei rapporti con i fornitori.

Di conseguenza, il rapporto stima che fino al 40% del debito bancario delle aziende analizzate (1.800 miliardi di euro) sia erogato a favore di soggetti che non hanno obiettivi chiari o piani di transizione credibili. Con l'attuazione dei propri piani di emissioni nette zero, le banche potrebbero rendere più difficile l'accesso al credito per queste aziende. Solo il 7% delle aziende ha dichiarato di avere un obiettivo forte di riduzione delle emissioni, consumo di acqua e deforestazione, mentre il 39% si è impegnato pubblicamente a favore della biodiversità. È ancora necessario incentivare economicamente i dirigenti aziendali a raggiungere questi obiettivi.

Tuttavia, c'è una nota positiva da evidenziare in vista dell'entrata in vigore nel 2024 della legge dell'UE sull'obbligo di rendicontazione, la Csrd: tra le aziende che condividono i propri dati con Cdp, il 71% già include informazioni sul cambiamento climatico, la deforestazione e la sicurezza idrica nella relazione annuale di gestione per gli investitori.